La nostra epoca (The Present Age, 1846) – Sören Kierkegaard

Trapped in a prism, in a prism of light
Alone in the darkness, darkness of white
We fell in love, alone on a stage
In the reflective age
Entre la nuit, la nuit et l’aurore.
Entre les royaumes, des vivants et des morts.
If this is heaven
I don’t know what it’s for
If I can’t find you there
I don’t care

La nostra è un’epoca essenzialmente ragionevole, riflessiva, senza passione, che avvampa fugacemente d’entusiasmo e sverna sagacemente in indolenza.

[…]

Dove lo trovi più un uomo il quale compia solo una volta una gran follia? Neanche un suicida oggidì la fa finita per disperazione, ma vaglia il passo così a lungo e così assennatamente da soffocar dal senno (per cui potremmo addirittura dubitare se merita davvero il nome di suicida, essendo stato soprattutto il vaglio a togliergli la vita). Non si trattò di un suicidio premeditato, quanto di un suicidio da premeditazione.

La nostra epoca è un testo di Kierkegaard del 1846. Sostanzialmente le epoche che vengono descritte e contrapposte dialetticamente sono due: l’epoca della rivoluzione (o l’epoca appassionata) e l’epoca della riflessione. Alle due epoche corrispondono appunto delle diverse attitudini psico – spirituali degli uomini che vi vivono. La prima – antecedente appunto al tempo in cui Kierkegaard scrive – è un epoca contrassegnata dalla passione, da un rapporto con se stessi produttivo e che si traduce in azione. La seconda, invece, è l’epoca in cui l’eccesso di riflessione finisce per smaterializzare ogni agire: l’azione non ha luogo ma si vagliano tutte le possibilità dell’agire finché il vaglio delle molteplici alternative vanifica ogni reale intervento; le varie supposizioni sui vari ed eventuali modi d’agire si traduce in dei simulacri, in dei riflessi di quello che dovrebbe essere l’evento reale. Così si preparano i vari proclami, i vari comunicati, si crea un attesa che non si concretizza in un nessun accadere. Nell’epoca della passione, l’individuo con la sua idea trova l’impulso ad agire e a questi, in seguito, si uniscono altri individui che nel proprio intimo hanno coltivato la stessa passione. Diversamente nell’epoca della riflessione, in cui esiste l’abilità della forma ma priva di contenuti, il singolo si dissolve nell’insignificanza del pubblico: entità astratta, quest’ultimo, che formula riflessioni anonime e livellanti. In tale contesto, l’individuo di carattere – che nell’epoca della rivoluzione veniva riconosciuto come eccellenza sia dai suoi sostenitori, sia dai suoi avversari – finisce per essere un rilievo che deve essere limato perché il livellamento si possa compiere.

Non importa quale sia il contenuto della voce che si distingue dal brusio del pubblico e passa all’azione: la si osserva, la si irride, ci si beffa del fatto che il singolo abbia deciso di agire; tutte le riflessione appunto nascono da un mero punto di osservazione e di supposizione non tradotto in nessun agire.

Azione e decisione sono oggigiorno rare quanto il gusto rischioso del nuoto in coloro che nuotano toccando.

[…]

Se il tesoro bramato da tutti giacesse in là su una lastra esilissima di ghiaccio, sotto la guardia dunque di un repentaglio tale da rendere l’uscita un azzardo mortale, […] in un’epoca appassionata la folla acclamerebbe giubilante il coraggioso che si azzardasse fuori, tremerebbe per lui e con lui nel frangente della decisione, lo piangerebbe se affondasse, lo idolatrerebbe se ottenesse il tesoro. In un’epoca riflessa e senza passione le cose andrebbero ben altrimenti. Riconoscendo vicendevolmente vicendevole prudenza, si converrebbe ragionevolmente tutti che non varrebbe no la pena spingersi così fuori, anzi sarebbe irragionevole e ridicolo; e poi si trasformerebbe l’avventura dell’entusiasmo in un esercizio di bravura tanto per fare qualcosa, ché qualcosa ‘’va pur fatto’’. Si andrebbe dunque là, da un punto sicuro di apprezzamento con aria da intenditori il talento di pattinatori, che sanno sfiorare il margine estremo (sin dove, ovvero, il ghiaccio è ancora sicuro e il pericolo non ancora iniziato) e poi curvare. Uno tra essi è particolarmente progredito, sa addirittura prendere giusto all’estremità del margine un ulteriore slancio ingannevolmente allarmante, sicché gli spettatori griderebbero: ‘’Santi numi, è pazzo, ci rimane!’’. Ma to’, era così eccellentemente progredito da saper curvare con tempismo perfetto all’estremità ultima del margine, ossia dove il ghiaccio è ancora totalmente sicuro e il pericolo mortale non ancora iniziato! Proprio come a teatro, la folla lo applaudirebbe e acclamerebbe, tornerebbe indietro stringendosi attorno al suo eroico artista e lo onorerebbe di un lauto banchetto. La ragionevolezza sarebbe prevalsa al punto da trasformare il compito stesso in un esercizio irreale e la realtà in un teatro.

Nell’epoca della riflessione si attiva una sorta di flusso di pensiero sterile che nell’incontro tra i soggetti riflettenti si traduce appunto in ‘’chiacchiera’’. Il pubblico con la sua voce anonima parla di tutto, o meglio , chiacchiera di tutto. Non esiste più quella separazione tra il raccogliersi intimo dell’individuo e il suo agire nel mondo. La riflessione interna dell’individuo passionale trova un ordine e sfocia nella decisione perentoria dell’agire (escludendo la moltitudine delle possibilità paralizzanti).

L’epoca della rivoluzione è essenzialmente appassionata; per questo non ha abolito il principio di contraddizione. Può divenire buona o cattiva, e qualunque via prenda, l’’impetus’ della passione è tale da segnarlo sempre, mentre la traccia dell’azione marcherà il progresso o lo scarto. Bisogna decidere; ma ciò a sua volta è la salvezza, in quanto ‘’decisione’’ è la parolina magica che l’esistenza rispetta. Quando invece l’individuo rifiuta di agire, l’esistenza non può soccorrerlo. Essere come quel re Agrippa a un pelo dal credere o dall’agire, è lo stato più estenuante che uno possa immaginare, se vi permane a lungo.

Inoltre l’individuo passionale che sa coltivare da sé la propria interiorità sa allo stesso modo tenerla distaccata dall’esterno, cosicché costui, seppur immerso nella moltitudine saprà adattarsi al discorso di circostanza senza confondersi con esso. Invece nell’epoca riflessa la riflessione interiore viene tutta proiettata all’esterno, non sapendo trovare un rapporto individuale con se se stessi, con l’idea, si sentirà il bisogno di sostituire al dialogo interiore un’infinita chiacchiera che su tutto insinua e suppone seppur non realizzando nulla.

Kierkegaard si sofferma ad analizzare molte altre caratteristiche e sfaccettature delle rispettive epoche che naturalmente non starò ad elencare. Tuttavia, vorrei riportare un esempio che al filosofo serve ad illustrare la differenza tra il decoro dell’epoca delle passioni e la rozzezza dell’epoca riflessiva. Mi preme riportare questo passo – seppur sono cosciente di deviare un po’ dalla direttiva del discorso dello specifico testo – per sottolineare come, nonostante io fatichi ad accettare l’esito finale del filosofia di Kierkegaard, le sue considerazione non possono essere tacciate di quel moralismo caratteristico del credente bigotto. Mi spiego meglio e sinteticamente. Sostanzialmente Kierkegaard è un filosofo che, come Nietzsche, predilige l’individuo: ne studia i suoi sommovimenti spirituali, le sue crisi e le sue angosce di fronte alle alternative esistenziali, la sua disperazione nella mancanza di possibilità. In La malattia mortale Il discorso di Kierkegaard è una puntigliosa descrizione della psicologia del cristiano e dell’uomo in generale, appunto perché il primo si differenzia dal secondo solo nell’esito finale della sua disperazione. Il soggetto, entrando in un profondo contatto con se stesso, fa l’esperienza della disperazione di un essere che si accorge di non essersi potuto porre da se stesso, di non essere il suo unico determinate. Da qui la disperazione di voler essere assolutamente se stesso (come esso stesso avrebbe voluto essere) o non voler essere assolutamente se stesso (non volere essere così come è stato posto). Non essendoci la possibilità – almeno secondo Kierkegaard – di autoporsi, il vero cristiano, che ha fatto l’esperienza della disperazione, si ritrova come individuo unico di fronte a Dio e in Dio trova la sua salvezza e la sua ultima possibilità. Sarebbe interessante continuare il discorso sulle considerazione del filosofo relative all’eterna dannazione del voler essere assolutamente se stessi o non voler essere assolutamente se stessi, sul bisogno ad esempio di mantenere – in una condizione esistenziale disperata a cui, da soli, non si può porre termine – una vitalità nel demoniaco, nel peccato e appunto nella ”reprobità” di fronte a Dio, pur di non dismettere il proprio orgoglio e cedere alla remissione dei peccati. Insomma tutte le conseguenze del non accettare di essere stati posti da qualcuno al di sopra di noi, seppur questo Dio tramato teologicamente, come dimostrerà magistralmente Nietzsche , saprà, ‘’facendosi uomo’’, suscitare la nostra pietà verso di lui, neutralizzando ogni nostro istinto vitale ed autodeterministico, ogni contrapposizione dialettica con Dio. In questa infinita disperazione, ormai, anche se fosse concessa all’individuo la possibilità di porsi come esso stesso avrebbe voluto, continuerà lo stesso a perseverare nella sua condizione dolorosa pur di non accettare una concessione.

Quello che mi preme sottolineare è che i vari passaggi che conducono all’esito finale della filosofia di Kierkegaard sono caratterizzati da una meticolosa indagine sulla psicologia del disperato. Dell’uomo che, distaccatosi dalla massa, fa esperienza della proprio tormento interiore e che, a prescindere se rimarrà peccatore o meno, si sarà comunque distinto, avrà preso coscienza della disperazione insita in ogni uomo. Disperazione che quando rimane latente produce – ritornando a La nostra epoca – l’insignificanza e la chiacchiera di quell’entità astratta che è il pubblico. Vengo dunque al passo che avevo scelto per dimostrare come nella prospettiva del filosofo ogni ardore – a prescindere che abbia come esito finale Dio o meno – è valutato positivamente. Quindi l’epoca rivoluzionaria, pur essendo l’epoca dei rivolgimenti, sa mantenere un suo decorum, una forma di rispetto per il sentimento autentico, inoltre, non rifugge in futili giustificazioni per motivare la sua mancanza di ardore.

Così, quando l’epoca rivoluzionaria tollera un legame con una donna sposata, malgrado questo falso concetto ha tuttavia un concetto di ‘’decorum’’. La liceità del legame, riflessa nella sua illiceità, si esprime perciò nel fatto che il ‘’decorum’’ esige segretezza. Tale segretezza testimonia a sua volta che il legame stesso, essenzialmente appassionato sotto il sigillo del silenzio, soddisfa i due. Elimina la passione, e sparisce pure il ‘’decorum’’: il legame non avrà probabilmente corso, ma se ne discorrerà. Anche se quindi l’epoca rivoluzionaria volle abolire la forma del matrimonio, non abolì il contenuto dell’innamoramento, e proprio perché così c’è una passione vera, rimane anche un ‘’decorum’’.

[…]

Chiunque ha fallacemente puntato a guadagnare ragionevolezza abnorme cedendo facoltà di volere e passione di agire, è perciò fortemente incline a puntellare l’insussistenza propria con svariate considerazioni preliminari che avanzano a tentoni, e diverse considerazioni postume che chiosano l’accaduto. […] Come il vecchietto mette una mano a sostegno del dorso e fa perno con l’altra su un bastone, così la ragionevolezza abnorme si sostiene con la riflessione chiosante – e perché? Precisamente perché non si è agito. Invece del bimbo divino della decisione tacita e laconica, la generazione partorisce un infante supposto dell’intelletto, che sa le sue cose a menadito.

 

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RECOVERY POSITION

– Temo che non ci sia niente al mondo che mi interessi durevolmente. Tutto quello che si può osservare da un’auto in corsa, da un palco a teatro, da una finestra mi disgusta o è di scarso interesse, insomma mi annoia.

– Avete ragione, Contessa. Non c’è nulla al mondo che sia durevolmente interessante. Eccetto una cosa: giocare con gli uomini e con il loro destino.

Is it the shadow in my voice?
oh, I can barely form a sigh
is it the music that I make?
is it the sadness in my eyes?


Dr_Mabuse_due_immagini_femminili
you put me in position
as it tells you in the book
but I'm a separate chapter
you cannot look it up

Marlene-Dietrich-Shanghai-Express-2
my mother had a crying boy
hung up over the fire
I could not bear to see him
I would not meet his eye
I think that's why I'm like this
the tears they never cease
and yet you never see them
I keep them all in me
tumblr_njfjz8zwyK1rdfgw4o1_500I have broken into France
I have stolen into Spain
I've been thrown out of Italy
and I'll be thrown out again
the Dutch never liked me much
and Germany the same

gertrude-welcker_picture_Dr_Mabuse

I poisoned half the western world
but it never bought me fame


E’ l’ombra della mia voce?\ Oh, riesco a mala pena ad emettere un respiro\ E’ la musica che compongo?\ E’ la tristezza nei miei occhi?\\ Mi hai disposto nella posizione indicata nel libro\ ma io sono un capitolo a parte \ Tu non lo puoi consultare\\ Mia madre ha concepito un bambino che piangeva\ sospeso sopra il fuoco\ Non potevo sopportare la sua vista\ Non vorrei incontrare il suo sguardo\ Penso questo sia il motivo se sono così \ Le lacrime si versano incessantemente\ Eppure non è dato mai scorgerle\ Le trattengo tutte dentro di me\\ Ho invaso la Francia\ Ho rubato in Spagna\ Sono stato buttato fuori dall’Italia e sarò buttato fuori di nuovo\ gli olandesi non mi sono mai piaciuti molto\ lo stesso si dica per i tedeschi\ Ho avvelenato mezzo Occidente \ ma non mi ha mai arrecato fama.

THE WAITER… IL CAMERIERE – Storia di un’attesa e di un ricordo in cinque brani dei THE BLACK HEART PROCESSION

Non verremo alla meta ad uno ad uno,
ma a due a due. Se ci conosceremo
a due a due, noi ci conosceremo
tutti, noi ci ameremo tutti e i figli
un giorno rideranno
della leggenda nera dove un uomo
lacrima in solitudine.

(Paul Éluard)

Immagine presa da martinjohansson.org

Immagine ricavata da martinjohansson.org

Salve Signori,

oggi voglio presentarvi i The Black Heart Procession, un gruppo rock originario di San Diego, in California. Non voglio perdermi cercando di definirvi  il loro genere musicale, l’ascolto che vi proporrò saprà dirvi meglio di quanto possano fare le mie parole. Vi dico soltanto, per non avere delusioni quando farete partire il video con le canzoni, di dimenticare i gruppi da stadio gremito e anche la California solare e vacanziera.

I  cinque brani che ho scelto sono contenuti in quattro diversi album del gruppo, tuttavia ogni singolo pezzo è legato ad un’unica storia, ossia quella di The Waiter ( Il Cameriere) e della sua attesa.

Prima di andare avanti eccovi l’elenco delle canzoni e i rispettivi album in cui sono contenute:

– The WaiterThe Black Heart Procession, 1 (1998)

– The Waiter No. 2  e The Waiter No. 3The Black Heart Procession, 2 (1999)

– The Waiter No. 4The Black Heart Procession, Amore Del Tropico (2002)

– The Waiter No. 5The Black Heart Procession, The Spell (2006)

Prima di far partire la successione dei brani, possiamo chiudere gli occhi e immaginare di essere trasportati nei pressi di qualche sperduto luogo, ad esempio una piccola e remota città portuale in cui imperversa  un freddo inverno nordico. Poche navi approdano nel suo porto innevato e poche sono quelle che partono. Ora possiamo dirigerci lungo quello stretto sentiero che ci sembra di vedere: esso, allontanandosi dal porto, ci conduce verso una baracca dalla quale si irradia un fioco bagliore: il riflesso dei sinistri aloni di luce proiettati dal sole al tramonto o, più semplicemente,  una piccola lampada all’interno della casa stessa. Avvicinandoci ancora, sino ad arrivare alla finestra, possiamo scorgervi l’abitante della dimora: Il Cameriere. L’interno dell’abitato è povero: un piccolo tavolo con una sedia, un camino, una vecchia credenza, un giaciglio vicino al quale sta appeso un attaccapanni che serve a tenere in ordine una livrea: l’abito del Il Cameriere è vecchio ma conservato con dignità, forse in vista di un incontro. Infine, sempre accanto al letto, un comò e su di esso un carillon.

Fig. 1 – “I’ll be there yes I’ll be there/ Every night your eyes dream”

Ecco, proprio in questo momento Il Cameriere è uscito! Entriamo nella sua casa e proviamo ad aprire quel carillon. Appena abbiamo sollevato il coperchio della scatola, scorgiamo al suo interno – incastonata in uno specchio – una vecchia fotografia in bianco e nero di una donna…

… Poi l’ingranaggio del carillon inizia ad emettere qualche suono e a raccontarci con delle lente e tenebrose melodie la storia di un’attesa…

*

The Waiter

 (00:00 – 04:15)

In a cabin out where it’s cold
There’s a waiter serving time
He remembers she said
“I’ll be there yes I’ll be there
Someday when the snow  thaws”
So he stands watching the snow fall
In his hand a clock on a platter
He remembers she said
“I’ll be there yes I’ll be there
Every night your eyes dream”
“Dream dream my lonely one”

In lontananza udiamo abbaiare alcuni cani, segue una sorta di arpeggio di chitarra e carillon che continuerà sino alla fine della canzone, similmente a un ticchettìo di orologio oppure – secondo il percorso introverso della storia che sta per esserci narrata – all’ingranaggio di un cuore che, su pulsazioni fatte di attesa e memoria, sostiene l’esistenza di un uomo la cui vita, osservata esternamente, sembra ormai  solo un riflesso legato ad un sole che sta offrendo gli ultimi suoi raggi alle ombre della notte. Qualche voce umana, sempre in lontananza, dona un’ulteriore sfumatura sonora a questo paesaggio desolato… E finalmente più vicino a noi la prima declinazione della voce: un sussurro, un pensiero che sfugge e anticipa ciò che ci verrà detto nei versi successivi dalla seconda e più grave declinazione della voce.

Siamo immersi in un paesaggio invernale, in una baracca abita un cameriere o, più precisamente, è come se l’uomo fosse imprigionato in questa sua dimora.

L’uomo è schiavo di un tempo consumato nell’attesa di una donna; il ricordo lo estranea dalla sua ordinaria quotidianità  tuttavia, come vedremo soprattutto nei brani successivi, in lui è presente una coscienza lucida, uno sguardo volto a constatare la progressiva erosione della sua persona ad opera di un’attesa che forse si rivelerà vana.

A un dì sono legate le parole pronunciate da una donna e in quel tempo trova la sua genesi il sentimento di speranza connesso appunto ad un promessa: “I’ll be there yes I’ll be there/ Someday when the snow thaws”  (‘’Ci sarò, io sì che io ci sarò/ Un giorno quando la neve si sarà sciolta”). Su questa promessa si aggiunge una nuova declinazione del tono emotivo della voce: su quel ‘’… Yes i’ll be there/  Someday when the snow thaws”  una parte del cantato assume un’inflessione più disperata, più isterica, probabilmente nel tentativo di imitare la voce della donna che ha promesso. In quest’ultima attitudine vocale possiamo riscontrare uno dei sintomi della dispersione della persona del cameriere in quella dell’amata e del ricordo a lei associato. Allo stesso tempo, la commistione di toni emotivi, veicolati dalle tre modalità vocali, ci anticipa una confusione mentale che porterà Il Cameriere, forse, verso una decisione.

Mentre il brano prosegue, si distingue meglio il soffio della musical saw che si unisce all’arpeggio di chitarra e carillon.

Il Cameriere osserva la neve tenendo su un grande piatto un orologio: a cosa ‘’serve’’, per chi ‘’sarà servito’’ tutto questo tempo consumato nel ricordo? Quali saranno le conseguenze per chi, appunto come su di un vassoio,  porta tutto il peso di questo tempo? Un distillato di attimi che potrebbe non essere  consegnato a nessuno, soprattutto nell’eventualità di un non ritorno di colei cui spetterebbe interrompere questo asservimento all’attesa.

Nei successivi versi, “I’ll be there yes I’ll be there/ Every night your eyes dream”  (“Ci sarò, io sì che io ci sarò/ Sarò ogni notte il sogno nei tuoi occhi), la precedente promessa di ritornare quando la neve si sarebbe sciolta si rettifica – meglio sarebbe dire si interiorizza – in un ritorno nel sogno. Quindi con una quasi litania la canzone si chiude su quel “Dream dream my lonely one” (‘’Sogno mio unico sogno’’), verso che ripetuto due volte fa di quel dream della promessa qualcosa di fortemente interiore… La voce disperata intanto si dissolve  nelle voci lontane dell’inizio, il sinistro suono della  musical saw  sembra sostenere ed aiutare anche il dissolversi dei cigolii.

Figura 2 – “I’ll be there yes I’ll be there/ Someday when the snow thaws”

*

The Waiter No. 2

(04:18 – 08:18)

In the time of this winter the waiter had not much to say

He could hear the clock but he could not find his way

If I’m so far from your heart why do I feel it beat

And time won’t wait for us

Siamo  sempre immersi in un paesaggio invernale. All’inizio le percussioni sembrano tuoni distanti e ricolmi di neve; progressivamente si sostituisce un rumore di ‘’catene e singhiozzi’’ –  direbbe Flaubert  –  tipico di  quei paesaggi desolati in cui il vento scuote delle lamiere. Il Cameriere  è totalmente soggetto al proprio sentire interiore, non ha nulla da dire e nel silenzio, cadenzato dai ‘’battiti’’ dell’orologio, gli sembra di sentire la donna in dei rumori, in dei passi forse. Ogni vibrazione sembra voler testimoniare all’uomo la presenza della donna, quasi a volergli restituire ogni suo battito.

Prima che inizi il cantato, soffusamente si innalza un accordo tenuto d’organo che udiamo appena, quindi il pianoforte e per la prima volta la chitarra elettrica.

Dalla ritmica che assumono progressivamente le percussioni, possiamo immaginare che nell’intimo del cameriere si sia generato un impulso al moto, tale da portarlo fuori dal circondario della sua baracca. Allora, possiamo fingerci che quei cigolii di ‘’catene e singhiozzi’’ dell’inizio si siano trasformati nel rumore dei passi che conducono l’uomo verso il compimento del suo destino  – i presagi atmosferici del brano lo fanno intuire. Il pianoforte – per certi versi ulteriore calco sonoro dei  passi del cameriere – assume una ritmica più elaborata rispetto alle percussioni e su di esso continuerà a distendersi la chitarra; inoltre il suo ritmo sembra fornire un pizzico di vivacità cinetica al suono metallico delle percussioni – rimane comunque l’impressione generale di un trascinarsi. E’ sempre il pianoforte a donare al brano un’insinuante atmosfera sinistra che noteremo maggiormente in The Waither No. 4 : il  suono dello strumento sembra interferire a tratti con un’altra dimensione, creando un’attesa ansiosa che, tra gli intervalli ritmici, accoglie quei presagi provenienti dalla natura di cui avevamo intuito la presenza in qualche battuta precedente. Non meno sinistro è il vento gelido evocato dal suono della musical saw: esso sembra volersi innalzare e disperdere tutto, non senza prima averci avvisato minacciosamente della sua presenza.

Figura 3 – In the time of this winter the waiter had not much to say

Il Cameriere è in un certo senso cosciente che il tempo non aspetterà l’incontro con la donna da lui attesa; sicuramente non permarrà un tempo giovane al servizio del loro incontro. Il loro tempo sulla terra è solo un frammento – anzi due che potrebbero unirsi in uno – di quel tempo, forse eterno, che si ringiovanisce solo proiettandosi  su nuovi amanti. I frammenti di tempo donati a due creature sono una fugace elargizione da parte del tempo eterno che, indifferente al destino dei due amanti e ai suoi stessi frammenti elargiti, continuerà a scorrere a prescindere da ogni desiderio e speranza.

Anche in questo brano la narrazione è affidata alla voce nel suo doppio registro, tuttavia l’inflessione più grave ora appare più stanca, essa si intrattiene più volte sul penultimo verso,‘’If I’m so far from your heart why do I feel it beat’’,  per cercare appunto di sciogliere il dubbio su come  mai Il Cameriere, pur essendo lontano dal cuore dell’amata, ne sente il battito, senza tuttavia poterla raggiungere. La risposta non ci sarà o potrebbe essere quella dell’ultimo verso, ‘’And time won’t wait for us’’ : una constatazione, come accennavo sopra, dell’indifferenza del tempo verso il destino e i desideri del cameriere.

I rumori dissolvono il cigolio che ci ha accompagnati in quest’altro capitolo… Su di una sorta  di materializzazione sonora del tempo, che consuma le cose, si chiude anche questo secondo brano.

*

The Waiter No. 3

(08:19 – 15:29)

The Waiter No.3 è una ripresa-ripetizione di The Waiter No. 2, anche se qui alcuni cigolii – quelli che avevamo immaginato essere i passi dell’uomo sulla neve – sembrano scomparsi o, per lo meno, attutiti; continua invece il cigolio di sottofondo.

Possiamo concederci questo brano per chiudere nuovamente gli occhi e riflettere sulla condizione del Il Cameriere o, più in generale, su ciò che finora questa storia ha evocato nel nostro intimo. Una riflessione sulla distanza che fa nascere la nostalgia e che, anche per questo, ci spinge verso il voler appagare un desiderio, un sogno impossibile. Il sogno di un uomo che, non potendo ricevere amore, non sa farsene una ragione ma una tristezza.

Pensiamo a quel desiderio di amare, a quell’impulso che ci spinge all’amore e pensiamolo legato ad una persona che è distante dalla nostra vita. Un’anima alla quale il nostro cuore, ribellandosi ad ogni razionalità, vuole rimanere fedele.

Magari Il Cameriere resterà per sempre legato all’immagine della donna – forse quella della fotografia che prima avevamo scorto nel carillon: essa, impressa nella sua mente e davanti agli occhi del suo sogno, non invecchierà mai.

Il tempo andrà avanti in modo inesorabile, esso non permetterà di recuperare quel sentimento non vissuto, quell’amore allontanatosi prima di essere consumato…  Il gelo della realtà … e…

Nel mio sogno si libra il mio amore , è nel mio sogno che posso averti accanto , parlarti… ma ai miei occhi sei distante e se per farmi amare devo chiuderli vorrei allora chiuderli per sempre…(Re)

… Ma ora, mettendo fine alle nostre libere associazioni, riprendiamo ad ascoltare con più attenzione la storia che il nostro carillon, con i suoi ingranaggi in fila come una ‘’processione di cuori neri’’, vuole raccontarci sino alla fine…

*

The Waiter No. 4

(15:31- 19:16)

This is you and this is me
No one understands
What is this i’ve become
As memory fades
You left me years ago
Where the sky and the snow turn red
This is you and this is me
No one understands
This is why i’ve waited
To retrace a certain voice
Summer’s winter’s cure
Somewhere through the years
I replaced a certain pain
And summer’s winter’s cure
Yet I remain

 

Il ticchettìo si fa più nervoso, il pianoforte maggiormente nitido e con più note acute rispetto a The Waiter No. 2. Al primo strumento si unisce il lieve gioco contrappuntistico della chitarra acustica. Il violino invece esegue dei glissati stonati come fossero coltellate di lamenti. Sembra di udire a un certo punto  delle foglie spazzate via, tuttavia potrebbe trattarsi anche della risacca.

Il Cameriere si ripiega sempre di più su se stesso, riflettendo sulle conseguenze della sua attesa. Qualcosa di pungente si fa sentire nella sua testa, i ticchettìi risuonano come tarli vivi nella mente. L’uomo è cosciente della sua condizione esistenziale ma, allo stesso tempo, sa che nessuno potrebbe definire il suo sentire interiore. ‘’This is you and this is me/ No one understands’’ sono i primi versi pronunciati dalla voce che continuerà nella sua doppia declinazione, avendo acquistato in entrambi i registri una maggiore fermezza.

Il Cameriere sembra aver confuso la sua essenza con quella della donna, nonostante – non sappiamo per quali motivi – lei ancora non sia tornata a sancire l’unione d’amore tanto attesa dall’uomo. Egli, nel suo attendere, l’ha quasi incorporata in se stesso, facendo prendere al suo essere  un’indefinitezza simile al ricordo. Il Cameriere, eccetto che per prendere coscienza della sofferenza dell’abbandono, è stato continuamente sradicato ed alienato dal presente. Una corrente di associazioni mentali, raccolte tra i rimasugli della sua vita solitaria, lo ha riportato costantemente all’atmosfera dell’abbandono: forse un tramonto intarsiato di un calore piacevole, come quello emanato dalla vicinanza della donna nel giorno della sua partenza; sullo sfondo linee di terra rivestite di neve che, accendendosi sotto gli ultimi raggi del crepuscolo, sembrano confondere cielo e terra in un solo colore. Argini luminosi  che stringono  con le loro insenature la distesa azzurra  nei pressi di un porto, come a voler accogliere  in un abbraccio il ritorno delle  navi; frangenti luminescenti che delicatamente si dissolvono, come se volessero seguire sino all’ultimo orizzonte le schiumose chiome, allorché il mare,  distendendosi al largo, porta di nuovo lontano le navi. Ecco, potrebbe essere quello che mi sono appena immaginato lo scenario dell’abbandono; infatti Il Cameriere ricorda di essere stato lasciato solo anni fa, in un imprecisato luogo dove il cielo e la neve diventano rossi (‘’You left me years ago/ Where the sky and the snow turn red’’). Allora immaginiamoci l’uomo e la donna, al tramonto, proprio nei pressi degli argini luminosi ricoperti di quella neve che di li a poco, facendosi sera e poi notte, sarebbe diventata più gelida, di conseguenza più lungo il tempo del suo sciogliersi rispetto a quanto aveva fatto sperare il tepore del tramonto.

Il violino, a cui è  affidato il pianto, sembra voler seguire in un guizzo lamentevole – lo si nota particolarmente sugli ultimi versi citati – ciò che inesorabilmente è destinato a sfumare e a consumarsi insieme all’uomo che detiene la memoria. Infatti, dalla memoria e dall’immaginazione del cameriere, abbandonato nel corso delle stagioni a se stesso, sono sorte quelle ombre che, come larve di luce, hanno teso alla vita e all’amore; tutto ciò inutilmente, visto che ogni speranza sembra essere stata  ripiegata dalla bufera in quel grembo di tenebre che è la solitudine.

Figura 4 – ‘’You left me years ago/ Where the sky and the snow turn red’’

Figura 4 – ‘’You left me years ago/ Where the sky and the snow turn red’’

Il Cameriere si chiede a cosa sia servita la sua attesa. Negli anni ha ripercorso nella sua mente il suono di una ‘’certa voce’’; probabilmente durante questa lungo attendere si è ridetto la promessa della donna (“I’ll be there yes I’ll be there/ Someday when the snow  thaws”). La sua è stata come una cura di inutile speranza…Dei tramonti successivi di una speme coltivata nel trascorrere delle stagioni. E’ stato un lento perdersi: ogni speranza, vanificata nel succedersi degli anni, si è trasformata in una particolare forma di dolore, portando alla frantumazione delle diverse possibilità di vivere. Il Cameriere, probabilmente, per anni si è immaginato di fare delle cose, ha accennato a fare delle cose, tuttavia ha concepito la piena realizzazione del suo vivere solo insieme all’amata. Egli ha rinunciato ad ogni sua esperienza, rimandato ogni sapore, trattenuto ogni suo pieno sentire nell’attesa di poterlo condividere con la donna. Ormai – con lei o senza di lei –  non gli rimane che rimanere: ‘’Somewhere through the years/ I replaced a certain pain and summer’s winter’s cure/ Yet I remain’’.

Il tickettio si impone su tutto e  la canzone si chiude con l’effetto di un nastro che si riavvolge su se stesso.

*

The Waiter No. 5

(19:17- 23:21)

I have waited all these years here in the snow
I have waited for a spring that never came
I feel the wind blow cold in my bones
I was burried here out in the snow
I have waited for a spring that never came
Remember I try to remember
I have waited all these years beneath the snow
Now i finally know it was you who burried me
I have waited for a spring that never came
You won’t be coming back this is my home
This my grave

Siamo all’epilogo. Un soffio di bufera risonante come da uno spazio cosmico, delle percussioni funeree e un pianoforte gocciolante aprono il brano. Si aggiunge la chitarra elettrica quasi a voler sottolineare quest’atmosfera solennemente mesta. Nel prosieguo della canzone il pianoforte si fa più struggente: ormai il suo compito non è più quello di captare una presenza, bensì quello di scolpire una definitiva assenza.

Il Cameriere si è reso conto di avere atteso molti anni nella neve, senza aver visto schiudersi la primavera. La voce nel constatare la sua condizione si fa più risoluta; allo stesso tempo si ha l’impressione che dall’oltretomba del ricordo, su di un lieve effetto d’eco, tutte le voci che hanno scandito la solitudine dell’uomo, si siano incamminate per raggiungere per l’ultima volta, forse, Il Cameriere e accompagnarlo come in un corteo negli ultimi suoi passi.

Il Cameriere sente nelle ossa il freddo dei luoghi – sempre gli stessi e ricoperti di neve – che ha abitato. La consapevolezza della sua vana attesa si fa sempre più accentuata. Anni trascorsi a ritorcere il tempo presente nella direzione del ricordo. Ed anche adesso Il Cameriere ricorda… Cerca di ricordare. Probabilmente l’uomo ha anche cercato di stancarsi del ricordo; egli ha tentato di frantumare la propria memoria sezionandola nelle sue molteplici sfumature, sebbene essa abbia avuto un unico punto di confluenza e di irradiazione: l’amata e la sua promessa. Tuttavia, l’uomo si rende conto di essere stato lui, non il ricordo, ad essere sepolto da colei che sarebbe dovuta arrivare insieme alla primavera. Su quel ‘’Remember I try to remember’’  il violino, somigliante nel timbro ad un oboe, trasforma in melodia il giro ritmico su cui si è sostenuto lo struggimento del pianoforte e la canzone tutta.

Non sappiamo in realtà se Il Cameriere sia riuscito a muovere molti passi; forse, dopo un breve tragitto, egli è caduto su quella neve che non si è sciolta, così come lui non è riuscito a sciogliersi dalla promessa dell’amata.

Il Cameriere immagina di rivolgersi ancora una volta alla donna alla donna – ma forse anche alla primavera – per comunicarle che ormai lui non attenderà più il suo ritorno:  ‘’I have waited for a spring that never came/ You won’t be coming back this is my home this/ This my grave’’ (‘’Ho atteso una primavera che non è mai arrivata/ Non ritornerai, questa è la mia casa/ Questa è la mia tomba).

Fig. 5 – ‘’I have waited for a spring that never come/ You won’t be coming back this is my home/ This my grave’’

Continua a soffiare il vento… Sul finire del brano, è forse un respiro quello che si confonde con la tempesta: un ultimo soffio di vita a cui si aggrappa l’anima, un sospiro  che cerca di riassorbire le lacrime prima che esse si congelino e non scendano più. Udiamo anche un lieve gracchiare già avvertito in precedenza: potrebbero essere le mani del cameriere che accarezzano la neve oppure, come in una eco, il rumore dei suoi passi ancora risuonanti dall’altro brano. In quest’ultimo gracchiare potremmo avvertire, allo stesso tempo, l’agonia del ticchettìo di quel orologio portato su di un piatto: anch’esso ora incepperà nella neve fino a pietrificarsi insieme al battito di un cuore.

Fine

Renzo Demasi

Elenco Immagini:
Fig. 1 – Copertina dell’album I dei The Black Heart Procession
Fig. 2 -Caspar David Friedrick, Paesaggio Invernale, immagine ricavata da settemuse.it
Fig. 3 – Alfred Sisley, Mooring Lines The Effect of Snow at Saint Cloud
Fig. 4 – Caspar David Friedrick, Kunstenlandschaft im Abendlicht, immagine ricavata da arteposter.it
Fig. 5 – Caspar David Friedrich, Cimitero dell’abbazia sotto la neve, immagine ricavata da http://montaigne.altervista.org/wp-content/uploads/2015/05/Friedrich-Cimitero-dellabbazia-sotto-la-neve.jpg