RECOVERY POSITION

– Temo che non ci sia niente al mondo che mi interessi durevolmente. Tutto quello che si può osservare da un’auto in corsa, da un palco a teatro, da una finestra mi disgusta o è di scarso interesse, insomma mi annoia.

– Avete ragione, Contessa. Non c’è nulla al mondo che sia durevolmente interessante. Eccetto una cosa: giocare con gli uomini e con il loro destino.

Is it the shadow in my voice?
oh, I can barely form a sigh
is it the music that I make?
is it the sadness in my eyes?


Dr_Mabuse_due_immagini_femminili
you put me in position
as it tells you in the book
but I'm a separate chapter
you cannot look it up

Marlene-Dietrich-Shanghai-Express-2
my mother had a crying boy
hung up over the fire
I could not bear to see him
I would not meet his eye
I think that's why I'm like this
the tears they never cease
and yet you never see them
I keep them all in me
tumblr_njfjz8zwyK1rdfgw4o1_500I have broken into France
I have stolen into Spain
I've been thrown out of Italy
and I'll be thrown out again
the Dutch never liked me much
and Germany the same

gertrude-welcker_picture_Dr_Mabuse

I poisoned half the western world
but it never bought me fame


E’ l’ombra della mia voce?\ Oh, riesco a mala pena ad emettere un respiro\ E’ la musica che compongo?\ E’ la tristezza nei miei occhi?\\ Mi hai disposto nella posizione indicata nel libro\ ma io sono un capitolo a parte \ Tu non lo puoi consultare\\ Mia madre ha concepito un bambino che piangeva\ sospeso sopra il fuoco\ Non potevo sopportare la sua vista\ Non vorrei incontrare il suo sguardo\ Penso questo sia il motivo se sono così \ Le lacrime si versano incessantemente\ Eppure non è dato mai scorgerle\ Le trattengo tutte dentro di me\\ Ho invaso la Francia\ Ho rubato in Spagna\ Sono stato buttato fuori dall’Italia e sarò buttato fuori di nuovo\ gli olandesi non mi sono mai piaciuti molto\ lo stesso si dica per i tedeschi\ Ho avvelenato mezzo Occidente \ ma non mi ha mai arrecato fama.

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La vita di Adele – Capitoli 1 & 2 (fr. La Vie d’Adèle – Chapitres 1 & 2) – Abdellatif Kechiche, Francia 2013

La vita di Adele ha tutti quegli elementi che io amo nel cinema: tematica adolescenziale, contenuto forte e non messo in secondo piano dalla tecnica, sospensione di un giudizio morale borghese o ‘’modaiolo’’, realismo, finale aperto ecc. E’ proprio uno di quei film che riesce a mantenersi nella realtà, senza divenire banale, e allo stesso tempo a scandagliare le sottigliezze del sentimento. Di film che riescono ad indagare l’innocenza ma anche la malizia (positiva), la curiosità dell’adolescenza non ce ne sono molti; Kechiche fa leva soprattutto su quel sentirsi diversi nell’adolescenza che non significa omosessualità, almeno non solo quella, come cercherò di far capire. Non è facile far percepire intensamente quel bisogno di essere colmati, lo stupore e la paura verso le cose; insomma quel sentire proprio di un’indole sensibile che si affaccia alla vita. Si tratta di un contrasto con l’ambiente circostante avvertito da taluni adolescenti che hanno una maturità mentale più avanzata rispetto a quella biologica; un tipo di pensiero-sentire appunto dissonante rispetto a quello dei coetanei.

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Nel film l’omosessualità non è descritta secondo i cliché ormai stereotipati e superficiali che di solito ci vengono proposti dai vari media; certo nella pellicola sono mostrati anche quelli ma se ne prende il distacco. Mi pare che l’omosessualità sia trattata – a prescindere dall’essere gay o meno – come un particolare sentire dell’essere. Un sentire vibrante che la macchina da presa registra perfettamente nei volti, anche quando ingoiano bocconi in modo invitante; nelle micro espressioni fisiognomiche dei piccoli ma significativi movimenti di lembi di viso: quasi dei luccichii di emozione e sensibilità.

Uno dei primi incontri con la ragazza che frequenta l’accademia delle belle arti, non ha bisogno di artifici cinematografici iperrealistici o innaturali per registrare l’emozione di Adele: le due ragazze prima si incrociano, senza nessun tremolio o rumore di sottofondo amplificato, successivamente vediamo l”’imbambolamento” nel traffico da parte di Adele.

Nel film vengono descritti bene i vari tipi di emozione e di reazione di Adele. La simpatia della ragazza nei confronti del suo primo ragazzo, che è appunto simpatico, spontaneo ma non maturo a quel tipo di sentimento di cui vorrebbe essere colmata Adele. E forse – seppur buono e bello – il ragazzo si fermerà a quel tipo di maturazione alla quale in genere si fermano la maggior parte degli uomini e che d’altronde sembra adattarsi bene alla maggior parte delle ragazze (carino, ancora meglio che non sia violento: ”mi basta così!”). Lo scoppio di pianto di Adele, dopo l’esperienza deludente con il ragazzo, è trattato molto bene, visto che non è riferito alla specifica situazione ma è uno sfogo di quell’emozione trattenuta nei confronti della ragazza con i capelli blu. E ancora questo pianto sarà declinato successivamente – quando Adele verrà scacciata da Emma – come il velo che scopre il tradimento ma anche come il pianto della bambina abbandonata.

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Nel film si vedono anche dei bambini – la stessa Adele è la bambina dalle lacrime facili e alla quale altrettanto facilmente cola il naso nell’emozionarsi. Il voler fare la pedagoga contrasta con le aspirazioni artistiche di Emma, ma ognuno ha la propria vocazione. Pure Emma – che alle compagne di Adele pettegole, pregiudiziose e violente (magari per nascondere un’omosessualità latente) appare come un ragazzaccio – è trattata bene nelle sue molteplici sfaccettature; Adele, nonostante le sue compagne, la segue spontaneamente. In fondo Emma, pur rappresentando la parte maschile della relazione, ha l’animo femminile che desidera avere dei bambini, che si incanta di fronte all’adolescenza tenera di Adele. I loro primi incontri non sono un tuffarsi nel succo di un frutto già maturo, infatti il sesso verrà dopo. Prima Adele, sotto gli sguardi di Emma, matura delicatamente (ma mai del tutto) in quel giardino d’autunno e in quel prato in cui le due ragazze stanno insieme. E maturazione significherà per Adele – sdraiata sul prato con lo sguardo rivolto alle pelle di Emma e al cielo – anche rendersi conto di essere felice in quel momento.

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Il film non esplora (solo) la psiche omosessuale, infatti quel tipo di sentire può essere comune ad entrambi i sessi e a prescindere dall’orientamento sessuale. Forse Emma diverrà più maschile nell’ambizione professionale, anche se prima cercava di invogliare Adele verso sbocchi meno pratici di quelli del ‘’fare la pedagoga’’. Ancora Emma sarà più maschile nello scegliere alla fine la donna madre, ma conserverà il sentimento di tenerezza materna verso Adele.

Il sesso è trattato in modo significativo e una delle frasi chiavi del film è quella pronunciata dal ragazzo – nel locale gay – che dice ad Adele che ‘’l’amore non ha sesso’’. La vita di Adele non è uno di quei film che ha bisogno di spiattellarti una scena di sesso per farti aumentare il battito cardiaco momentaneamente e lasciandoti poi insoddisfatto; o, come in certi casi, il sesso non è uno stratagemma per sopperire all’incapacità di suscitare un’emozione autentica, non artefatta. Insomma il sesso non è impiegato come una furberia fisiologica per eccitare il sentimento. Nonostante ciò La vita di Adele mostra lunghe scene di sesso senza nascondere nulla, ma allo stesso tempo gli spezzoni non sono pornografici. In fondo il sesso continua ad essere il prolungamento di quell’emozione che si instaura a prescindere tra le due ragazze, di quella ”confusività” e di quell’appagamento in cui Adele si fa sprofondare nei confronti di Emma. In questo senso è significativa la scena all’interno del locale delle lesbiche: l’incontro tra le due ragazze non si riduce a un mero approccio tra omosessuali, ci viene invece mostrato il meccanismo di idealizzazione dell’altro che si verifica talvolta nell’adolescenza, a prescindere che si tratti di un confronto con qualcuno del nostro stesso sesso o meno. Adele si sta perdendo in Emma – magari anche a noi è capitata la stessa situazione quando eravamo adolescenti – finché l’incanto non viene rotto dall’avvento del lato frivolo delle amiche di Emma. Anch’esse rappresentano il diverso, ma un altro tipo di diversità da quella che cerca Adele. Ci si rende conto di ciò anche dal fatto che Adele accetta la sua omosessualità, ma pur partecipando ad una parata gay non si trova completamente a suo agio con quel tipo di ostentazione. Inoltre, il rifiuto di un certo tipo di esibizionismo lo si nota anche quando Adele declina le proposte di Emma riguardo al ”professionalizzare” le sue emozione espresse tramite la scrittura. Quindi il film non tratta delle tematiche propriamente omosessuali ma in generale umane. E’ lontano da quel tipo di orgoglio gay che per uscire dalla ghettizzazione si formalizza in un’ostentazione superficiale e frivola – forse spesso in contrasto con una certa sensibilità anche propriamente gay.

Ritornando alle scene di sesso, a mio parere, sono trattate bene anche grazie all’eliminazione dell’elemento maschile, di una certa connotazione dell’elemento maschile (”membro”), che come da stereotipo dovrebbe essere un datore di ”sesso sbrigativo” o, ancora come da altro stereotipo, rischiare di cadere nel sentimentalismo delle effusioni amorose. In La vita di Adele il sesso, pur essendo un’emozione, non viene idealizzato eccessivamente e anche se mostrato non diviene sporco. Inoltre, come dicevo sopra, le scene non danno quell’insoddisfazione tipica del voyerismo. I corpi sono veri, vicini e lo si sente dai respiri, lo si vede dalle vibrazioni orgasmiche. Le scene di sesso, allo stesso tempo mistiche e passionali, si concludono – anzi si acquietano con naturalità – come se fossero poggiate su quel giardino d’autunno delle scene precedenti. Dunque non lasciano insoddisfatti, come se l’incantesimo dovesse sparire insieme all’orgasmo.

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Altra cosa significativa mi pare la misticità di Adele nel donarsi completamente ad Emma, sia nelle pose artistiche, sia nel sesso. Spesso nel rapporto sessuale uomo-donna, al maschio manca il saper assecondare la misticità della compagna – anche se ora l’eccessiva mascolinizzazione di certe donzelle sta sovvertendo il tutto. Nel senso che di solito (ma non necessariamente) l’uomo deve essere sì potenza che fa esplodere ”il fare l’amore”, ma il piacere femminile – meno limitato fisiologicamente – tende ad avere una maggiore propensione verso l’infinito. Quindi la mentalità maschile stereotipata è come se lanciasse la donna in un volo ma poi, terminato l’orgasmo, la lasciasse da sola in quell’infinito o la facesse crollare di nuovo nel mondo, senza offrirle ancora delle ali o un abbraccio su cui posare – riconosco che nel cercare di descrivere questo ultimo punto di vista posso essere facilmente contraddetto, infatti non ho a mia disposizione l’arte della macchina da presa di Kechiche né tanto meno sto cercando di abbozzare i personaggi di un romanzo; ergo solo la visione del film può rendere conto di questa prospettiva che mi sembra essere stata assunta dal regista, specificatamente al tema trattato. Sorvolando su queste osservazioni, la pellicola va al di là dell’essere gay o meno, non è settaria e ci si può riconoscere a prescindere dalla propria collocazione di genere.

Anche il penultimo incontro tra le due ragazze – nel bar – è significativo perché rivela un certo lato dell’indole di Emma, quello che la porta a cercare lo stupore dell’adolescenza nella fanciulla Adele. Tuttavia, allo stesso tempo la scelta di Emma è ormai indirizzata verso qualcosa di diverso da quell’amore sbocciato mentre cadevano le foglie nel giardino di autunno. Ora il loro ultimo toccarsi è solo sensualità carnale e in Emma di tutte le sfaccettature del sentimento forse è rimasta solo la tenerezza.
Bello il finale aperto che, nonostante le direzioni opposte dei due personaggi (Adele e l’arabo), forse lascia aperta una possibilità alla speranza di ritrovarsi.
Renzo Demasi

Appunti su ”Orfeo Negro” (pt. Orfeo Negru, fr. Orphée Noir) – Marcel Camus, Francia-Italia-Brasile 1959


Sono di nuovo con te, Euridice; Il mio cuore è come un passero dissetato da una goccia di rugiada. Ti ringrazio, Euridice, ti ringrazio per questo nuovo giorno. Ora sei tu che mi conduci: io sono fra le tue braccia come un bambino che dorme. Quant’è dolce ascoltare il tuo respiro! So che tu mi condurrai dove devo andare. […] Ti ringrazio, Euridice: la strada che tu hai scelto è coperta di fiori. Il sole si leverà per accoglierci, amore… Canta, Euridice!

Circolarità spesso è un termine utilizzato quando si parla di narrazione, di mitologia ecc. Fa parte di un riproposto gruppo di parole con le quali si cerca di sedurre sempre alla stessa maniera l’ascoltatore/lettore. Termini che suonano significativi ma allo stesso tempo insignificanti quando non sostenuti da un’anima. Quest’ultima, almeno per quanto riguarda il film, intesa quasi come soffio divino, emanato da un corpo vibrante e che fa movere un altro corpo. Una sorta di melodia che ci colloca in una sospensione tra felicità e tristezza.

Tutto il film di Camus, appunto, è circolare e anche sospeso tra cielo e terra.

Euridice, scappata da un persecutore, giunge per mare a Rio: la sua nascita dalle acque è all’insegna della paura, quando all’improvviso vede l’uomo cieco – prima sua guida – che tuttavia conosce Rio. La città è nel periodo del carnevale e in Euridice non fa che aumentare la sensazione dello smarrimento. Presentimento di ostilità al primo incontro con Mira e nuovo riorientamento con l’altro angelo messaggero (Ermes).

Le percussioni caraibiche e in genere la musica fanno parte della fisiologia che anima Rio e anche i suoi abitanti. E così nel film, a volte, gli attori interagiscono con movenze coreutiche. Tuttavia, Euridice  inizierà a danzare solo ascoltando il vento melodico di Orfeo.

Le parole della canzone, con la quale si dice che Orfeo riesca a far sorgere il sole, sono sempre le stesse; tuttavia la brezza mossa inconsapevolmente dall’avvento in città della spaurita campagnola, ha ispirato una nuova melodia nel cuore di Orfeo. Il ferroviere prova, come al solito, a recitare le solite parole del seduttore anche con Euridice, ma ormai la ragazza ha sentito una melodia nuova, o forse è quel misto di tristezza, amore e paura che lei conteneva nel suo cuore ad essersi fatto musica. Lo stesso sentimento si trasmette nell’animo di Orfeo, ancor prima che costui senta Euridice bruciare nel suo stesso cuore. Il cantore ferroviere così matura all’amore velato di malinconia, sospeso tra cielo e terra come l’altura dove, nella casa della cugina Serafina, viene ospitata la fuggiasca Euridice.

L’altura sopra Rio è piena di presagi di vita: l’aquilone che vola in alto, l’amuleto donato dal ragazzo ad Euridice come portafortuna ecc. Vi sono anche presagi di morte: l’aquilone che si spezza e cade, l’aereo che in uno dei momenti poetici dell’amore vola in alto, verso sinistra dell’inquadratura, quasi a preannunciare una morte sublime.

Secondo le leggi naturali, Il sole deve spuntare per donare la vita. Orfeo con la sua musica prima acquieta la curiosità dei due ragazzini e rende ancora più mansueti gli animali domestici; successivamente, le note compiono il loro vero miracolo illuminando di luce il levigato e malinconico ebano del viso di Euridice, in ascolto nella stanza accanto. Così ogni tensione emotiva viene liberata nella scena dietro la casa: l’immagine di Orfeo inginocchiato accanto ad Euridice preannuncia visivamente la metafora finale del passero che si abbevera di rugiada. La ragazza diventa il sole sorto e le sue lacrime sono la rugiada che commuove e abbevera d’amore Orfeo. Siamo di fronte a un riconoscersi nella tristezza ma anche nella felicità. Allo stesso modo sublime la scena del risveglio, dopo la notte d’amore che ha acquietato le anime appena ritrovate.

orfeo e euridice

Anche Orfeo, come dicevamo sopra, è il sole appunto perché illumina il volto di Euridice. La ragazza,  a sua volta, condensa in se diversi sentimenti: la vera notte (la tristezza), infatti la cugina Serafina che nelle danza dovrebbe rappresentare la notte, in realtà è allegra e spensierata insieme al suo amore, un marinaio smemorato; allo stesso tempo Euridice è il giorno (vita, speranza), che nella danza dovrebbe essere rappresentato da Mira, la quale non è altro che il doppio femminile dell’uomo mascherato di morte che insegue Euridice. La fuggiasca è la luce che dona ad Orfeo la memoria, l’ansia del ritrovare, come se fosse per la prima volta, quell’amore che da sempre è esistito e aspettava di essere riscoperto.

Tante simmetrie e circolarità apparirebbero didascaliche se tali caratteristiche non fossero precipue della natura del mito, se non fossero sorrette da quella melodia che soffia dagli strati più profondi dell’animo. Un sentire che è una certezza come la fede, che non ha bisogno di sperimentare per credere: bugia quella dei teologi, realtà intima il sentimento amoroso. Un sentire e un riconoscersi che non può essere registrato nelle carte accatastate in cui si annotano le scomparse (o forse i traghettamenti nell’aldilà): un catasto della dimenticanza. Un sentire a cui non basta il trasporto di un rito: Orfeo scende nell’Ade tribale e non si accontenta del riflesso della voce di Euridice su di un corpo invasato. Un sentire che ancor prima non si è fatto vincere dalla vista nell’ospedale della degenerazione della festa (il viso di una donna ferita). Un sentimento che invece è la fede cieca nel messaggio portato da Ermes ad Orfeo da parte di Euridice: costei vuole essere sottratta dalla morte laica dell’obitorio. Il ferroviere musicista così può abbandonare il luogo di morte con la sua amata tra le braccia: la porta si chiude sulla camera mortuaria, alle loro spalle, come se i due amanti volessero sottrarsi alla morte che vorrebbe accomunarli anonimamente agli altri cadaveri.

Afterlife, oh my God, what an awful word
After all the breath and the dirt
And the fires that burn
And after all this time
And after all the ambulances go
And after all the hangers-on are done
Hanging on to the dead lights
Of the afterglow

[…]

But you say
Oh, when love is gone
Where does it go?
And you say
Oh, when love is gone
Where does it go?
And where do we go?
Where do we go?
Where do we go?
Where do we go?
Where do we go?
Where do we go?
Where do we go?
Where do we go?

 Il destino deve comunque compiersi e mentre Orfeo risale l’altura con Euridice tra le braccia, nel senso opposto alla sua direzione e più in alto nell’inquadratura – fuori dal film, verso una dimensione altra – i fili elettrici attraversati da un uccello procedono verso il cielo.

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Mira (trasposizione di una Baccante del mito greco) farà compiere il destino ultimo: Orfeo ed Euridice precipiteranno nel precipizio accolti da una vegetazione verde. Il film si avvia alla conclusione con i due ragazzini: il successore di Orfeo incoraggiato dalla fiducia datagli dall’altro ragazzo (forse un giovane Ermes) che la sua musica farà spuntare il sole. E così infatti avverrà che quel sole sorgendo illuminerà e farà venire avanti la nuova piccola Euridice che prima era stata relegata alle spalle. Il sole nascente non ci mostrerà nessuna lacrima sullo schermo, la sentiremo scorrere invece, quasi in un scoppio intrattenibile, dai nostri occhi che riconoscono e si commuovono all’eterno ritorno dell’amore.
Renzo Demasi