Eugénie Grandet – Honoré de Balzac, Francia 1833

Eugenie grandet

Ci sono donne che, abbandonate, corrono a strappare l’amante dalle braccia della rivale, uccidono questa e fuggono in capo al mondo, finiscono sul patibolo e nella tomba. Bello, non c’è dubbio: il movente di un delitto del genere è una passione sublime di fronte alla quale la giustizia umana tace. Altre chinano il capo e soffrono in silenzio; con la morte nel cuore, rassegnate, piangono e perdonano. E’ questo è amore, amore vero, amore angelico, amore che vive e muore del suo dolore.

A proposito dell’autore leggevo nell’introduzione di H. James come sia notevole la sua capacità di vivificare la rappresentazione, di entrare nella complessità dei sentimenti e del vissuto, senza appoggiarsi a un predeterminato schema o all’ispirazione lirica che può facilmente venire meno, allo stesso modo in cui quet’ultima ha fatto elevare determinate pagine. Inoltre la capacità di Balzac di entrare fino in fondo nel corridoio dell’immaginazione, senza mai dismettere il suo sforzo intellettuale, dunque senza trovare quei punti ciechi che interrompono il flusso immaginativo.
Anche l’amore come la scrittura richiede dedizione: entrambe producono una rappresentazione di ciò che non esiste e solo la perseveranza – a prescindere dal compromesso e dalla contaminazione mondana – può consentire la fedeltà a quell’ardore o a quell’ingenuità iniziale. Quel primo momento generativo del sentimento che (spesso) non partorisce realtà ma ci cattura in una particolare atmosfera dalla quale possiamo osservare tutto ‘’amorosamente’’. Ci è concesso di colorare attraverso una luce che non esiste – quella della nostra anima – la materia organica dell’universo. Ciò accade ad Eugénie innamorandosi del cugino Charles.
Nel romanzo scorrono due linee parallele, quella del compromesso con la vita e con gli affari di quet’ultima e quella del sentimento interiore (quella di Eugénie). La prima è mutevole e richiede flessibilità, la seconda invece è una sorta di santuario che richiede dedizione e fedeltà. Charles sacrificherà la seconda al compromesso, invece Eugénie, pur non esimendosi da ciò che la società e il ‘’fardello’’ dei suoi averi materiali richiedono, non rimodellerà la sua anima insieme al suo destino esteriore. O meglio costei – anima romantica – proverà lo struggimento e la delusione matura che nasce dalla constatazione che quella luce interiore è troppo fioca o troppo abbagliante per essere colta dalla dimensione finita del reale. Così Eugénie, ”con la morte nel cuore”, continuerà ad ‘’amministrare’’ la sua esistenza esteriore, in quella stessa casa della provincia francese in cui ci era stata presentata all’inizio del romanzo:

Esistono in talune città di provincia case la cui vista suscita una malinconia simile a quella che provocano i più cupi chiostri, le più squallide lande, le più tristi rovine. E forse in queste case ci sono insieme il silenzio dei chiostri, l’aridità delle lande, l’ossame delle rovine. Così sommessi vi sono la vita e il movimento che un estraneo le crederebbe disabitate se non gli accadesse d’un tratto di incrociare lo sguardo morto e freddo di un essere immobile, il cui volto quasi monacale si sporge dalla finestra al rumore di un passo sconosciuto.

Renzo Demasi

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8 thoughts on “Eugénie Grandet – Honoré de Balzac, Francia 1833

  1. Non per forza debbono essere profonde :-), magari alla nostra Eugénie piacerà, venuta la primavera, affacciarsi dalla finestra e respirare tutta l’intensità leggera della campagna francese e correre via con una bella canzone naif ”alla The Cure”, anzi sicuramente anche lei si sarà aggiornata agli Shout Out Louds. Grazie Rosemary e pardon per le mie divagazioni musicali – tra l’altro il tuo nome mi ricorda un’altra canzone di uno dei miei gruppi preferiti!

  2. Mi ha colpito il parallelo tra scrittura e amore e soprattutto la riflessione sulla dedizione che entrambi richiedono in quanto “rappresentazioni di ciò che non esiste”. Credo che questo sia un concetto fondamentale, trasformare qualcosa che sta alla base dell’esistenza in un esercizio di volontà, proprio perché si sa che altrimenti quel qualcosa non esisterebbe nemmeno…

    Ma una volta che comprendi che di rappresentazione si tratta, siamo sicuri che ne valga davvero la pena di sopportare le tante afflizioni che l’amore sempre porta con sé? mi viene in mente una famosa poesia di Emily Dickinson:
    Per un istante d’estasi
    Noi paghiamo in angoscia
    Una misura esatta e trepidante,
    Proporzionata all’estasi.

    Per un’ora diletta
    Compensi amari d’anni,
    Centesimi strappati con dolore,
    Scrigni pieni di lacrime.

    Con tali prospettive forse è meglio dirottare dedizione e perseveranza verso altri orizzonti 😉
    un saluto

  3. Maria, la tua riflessione unita alla poesia – che conosco e apprezzo – apre ampi spazi di riflessione. Effettivamente quando parlavo di volontà nel perseverare nel sentimento e nella scrittura avrei forse dovuto parlare meglio di fedeltà – soprattutto verso se stessi. Infatti l’oggetto esterno verso cui facciamo convergere la nostra scrittura e il nostro amore può spesso rivelarsi fonte di delusione, di banalizzazione del nostro sentimento. Comunque non si può mai andare del tutto contro la propria natura, reprimendo gli slanci emotivi, anche se,come dicevo, l’esperienza spesso ci dimostra che la realtà degrada la nostra idealizzazione. E con questo non dico più neanche che il sentire per la sua soggettività non sia realtà, anzi lo è più del decidere di rinunciare a degli ”istinti” naturali per un paradiso da realizzarsi in un luogo e in uno spazio indimostrabili (vedi la castità religiosa di Christina Rossetti).
    Inoltre il discorso mi riporta a dei ragionamenti di Kierkegaard sui non credenti e sui poeti. In pratica il filosofo danese notava come alcuni soggetti avendo dentro di sé un sentimento religioso e d’amore, smentiti rispettivamente dalla ragione che fa l’esperienza del ”silenzio di Dio” e dal non ritorno di un sentimento espresso per un altro essere, finiscono per diventare degli artisti, facendo convergere appunto nell’arte tutto l’orizzonte di aspettative deluse. Allora la loro arte, la loro scrittura ha un trasporto simile alla fede, l’urgenza sentimentale della dichiarazione d’amore. Di contro rinnegare del tutto un certo sentire – anche per paura della sofferenza – può portare a creare ”paradisi inesistenti” o addirittura alla negazione di se stessi, in conseguenza della negazione del proprio sentimento.
    Far scaturire i propri sentimenti comunque non significa non essere coscienti – anche se è bella l’ingenuità e il ”ridicolo” dell’adolescente innamorato che ancora non è pienamente cosciente della possibilità di una disillusione – anzi credo che chi li esprime, avendo una certa maturità, sia consapevole che forse il ”monumento” lo sta innalzando all’intensità del proprio sentire e non a un fantomatico oggetto del desiderio.
    Ora mi fermo, comunque prima voglio risponderti anche io con qualche citazione letteraria; la prima la traggo da ”Novembre” di Flaubert che ho finito di leggere da pochi giorni e che si riferisce alla sofferenza del cuore:

    ”[…] mi stupisce soltanto di avere ancora posto, nel mio cuore, per la sofferenza; ma il cuore dell’uomo è inesauribile, per la tristezza: una o due felicità lo riempiono, tutte le miserie umane possono darsi appuntamento lì e rimanervi come ospiti”.

    Ma nonostante ciò ti cito anche una poesia – sicuramente la conoscerai – di Hikmet che esprime l”’urgenza” e la spontaneità del sentire l’amore:

    ”Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale
    come se alzandomi la notte bruciante di febbre
    bevessi l’acqua con le labbra sul rubinetto
    ti amo come guardo il pesante sacco della posta
    non so cosa contenga e da chi
    pieno di gioia pieno di sospetto agitato
    ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo
    ti amo come qualche cosa che si muove in me
    quando il crepuscolo scende su Instabul poco a poco
    ti amo come se dicessi Dio sia lodato sono vivo”.

    E infine, ti dicevo di essere appassionato di musica; allora eccoti il minimo della razionalizzazione espresso in musica e il massimo del sentimento espresso in quella ”volontà” di ”amare meglio” che apre questa canzone dei Maccabees:

    Renzo

  4. E il mio livro favorito de Balzac, ma sono molti anni che lo ho leggiato. (sorry for the mistakes) May I ask about your profession. Are you a film director or something else in the film industry?

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